• Alfredo Saggioro

PERCHE' CI AMMALIAMO? MANIFESTO DELLA MEDICINA FUNZIONALE


Per capire il vero senso degli eventi avversi che attraversano la nostra vita, sintomi, sindromi, malattie, bisogna prima comprendere come funzioniamo e, poi perché funzioniamo male.

Solo allora potremo affrontare il come prevenire o curare, o meglio: come garantire uno stato di salute al nostro organismo, il più lungo e continuo.

Cominciamo dalla storia dell’uomo, tre milioni e mezzo di anni fa. Perché così lontano?

Perché la visione del tempo, negli antichi, era più o meno questa: “sei nel mezzo del fiume (il Tempo) e guardi verso la foce. Il futuro arriva da dietro… e svanisce subito nel passato. Che però è sempre davanti a te, e avanza di continuo. Se potessi guardare abbastanza lontano vedresti l’inizio e quindi, essenzialmente, tutto”. Questo per dire che, se utilizzassimo una visione più realistica della vita, centrata sul passato, forse sarebbe più facile capire perché oggi si è sani o malati.

Siamo nati per essere sani e in forma. Questo è l’elemento principale di conoscenza che ci deve guidare, anche se la Medicina, così come oggi viene studiata all'Università e praticata nei nostri Ospedali è tutta centrata sull’individuare le malattie, cioè le persone non sane, o a trasformare le persone ancora sane in malate, senza offrire mai una chance vera di "guarire".

Basta guardare a molti farmaci, inizialmente nati con un’indicazione precisa e osservare come poi questa si sia allargata (per esempio le statine che sembrerebbero essere l’elisir di lunga vita, contro tutto, o i farmaci inibitori la pompa protonica, nati per curare l’ulcera, ma poi, una volta che questa era stata debellata dalla scoperta che si poteva guarire con antibiotici, eradicando l'Helicobacter pylori, sua causa riconosciuta, trasferiti alla cura della cosiddetta "malattia da reflusso", trasformando tutti coloro che hanno un bruciorino di stomaco in “malati ” di una malattia mai realmente dimostrata o documentata, se non in una minima parte di soggetti, oggi indicati in circa 500 milioni di persone al mondo).

Quello che dobbiamo domandarci è se siano prima necessari nuovi farmaci, la mappatura dei geni, nuove tecniche chirurgiche, strumenti di diagnosi sofisticati, o fermarsi a pensare se questi “bisogni”, talora necessari, non vengano dopo la ricerca di un modo migliore e più semplice per essere sani e stare bene e, anzi, mantenere questo stato di benessere attraverso tutta la nostra vita.

Una parte di questa risposta sta sicuramente nelle origini e nel cercare di rispondere a domande fondamentali:

Che cosa dovremmo mangiare?

Quale e quanto esercizio fisico dovremmo fare?

In che cosa consiste una vita sana?

Cosa significa ambiente?

Dobbiamo anche domandarci perché il nostro sistema sanitario sia confuso rispetto a queste semplici domande e le istituzioni che si occupano di prevenzione siano più simili a parassiti che a organismi simbiotici. Purtroppo la risposta c’è: è difficile lucrare sulla gente sana , a meno di non vendere biciclette, scarpe da corsa o lezioni di ballo o alimenti biologici ecc.

Vorrei allora utilizzare un’analogia per spiegare dove questo discorso vuole arrivare. Se si immagina una scatola piena di pezzi di ceramica metà rossi e metà verdi che voi dovete rimettere assieme per creare l’oggetto originale, immaginate anche due scenari diversi. Nel primo non sapete che l’oggetto originario è un vaso fatto solo di cocci rossi, mentre nel secondo non avete idea di che forma abbia l’oggetto originale. A complicare il tutto dovete pure indossare degli occhiali che vi faranno vedere i frammenti, rossi o verdi, tutti marroni.

Credo vi sentireste veramente frustrati se, vedendo tutti i pezzi dello stesso colore e non sapendo cosa dovreste ricostruire, vi accingeste comunque all’impresa. Bene, la ricerca, nel campo della nutrizione, della medicina, nel settore biomedico in generale si trova in una situazione molto simile. Tutti indossano i paraocchi, tutti gli studi appaiono apparentemente ugualmente validi, non abbiamo una teoria unificante sulla base della quale valutare i risultati. Di conseguenza tutto è vero, anche il contrario del vero, un giorno le uova possono salvarvi la vita e il giorno dopo apparire come armi letali.

Faccio ora un esempio più concreto: il grasso fa ingrassare? Giusto? Bene, gli epidemiologi (e l’epidemiologia è forse l’unica scienza esatta in medicina perché conta i fenomeni) sono impegnati a spiegare perché i francesi, gli spagnoli, ma anche i sardi e i greci che mangiano più grassi degli americani (ma consumano molto, molto meno zucchero), non presentano la stessa incidenza di obesità, diabete e cancro. Eppure i dietologi sostengono che dobbiamo mangiare più carboidrati (55-60%) e meno grassi. Forse si dimentica la nostra storia, forse non tutti comprendono come il nostro passato e il nostro futuro siano profondamente interessati dal nostro patrimonio genetico. La risposta può sembrare troppo semplice, ma la maggior parte dei nostri problemi di salute viene dal passato: ricordiamoci che noi, cioè l’Homo sapiens, siamo parte della natura e questo straordinario patrimonio genetico che ci portiamo dietro è il punto di arrivo di un albero genealogico che affonda le sue radici all’alba della vita. Meraviglioso!

I nostri progenitori sono passati dallo stile di vita di cacciatori-raccoglitori, che avevano seguito per milioni di anni, al più vasto esperimento mai tentato su scala globale, l’agricoltura, e qualunque antropologo vi confermerà quale sia stato e quanto l'effetto sconvolgente della rivoluzione agricola.

Se si rappresenta la storia dell’essere umano come una linea lunga 100 metri e se percorressimo i primi 99,5 metri, avremmo percorso tutta la storia dell’uomo tranne gli ultimi 5000 anni. In questo lungo periodo (99,5% della nostra storia) è avvenuta la selezione genetica attraverso la quale ci siamo adattati alla vita di cacciatori-raccoglitori, e ci siamo adattati davvero bene, superando condizioni di vita difficilissime da affrontare, mentre l’interazone fra i nostri geni e il nostro ambiente ci ha reso quello che eravamo, ma anche quello che siamo: il nostro patrimonio genetico è in sostanza identico a quello dei nostri primi antenati umani, vissuti più di 120.000 anni fa. Gli ultimi 10.000 anni, ovvero il periodo in cui siamo passati dallo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori all’agricoltura, rappresenta l’ultimo mezzo metro di questa linea lunga 100 metri e gli ultimi centimetri rappresentano la televisione, internet, gli oli vegetali raffinati e gran parte di quello che pensiamo oggi sia il modo normale di vivere.

Vediamo cosa è successo. Sempre gli antropologhi sostengono che i nostri antenati cacciatori-raccoglitori godevano di una salute notevole. Erano alti quanto o più degli americani o degli europei dei nostri giorni, il che indica che la loro dieta era molto nutriente. In pratica non avevano carie né malformazioni ossee tipiche della malnutrizione. Nonostante l’ovvia mancanza di cure mediche, la mortalità infantile era notevolmente bassa, e, nonostante le condizioni ambientali difficili, più del 10 per cento di loro arrivava a vivere oltre i sessant’anni. Gli studi fatti sulle popolazioni ancora esistenti sul pianeta di cacciatori-raccoglitori che vivono in età contemporanea, indicano che malattie come il cancro, il diabete e le malattie vascolari sono in pratica sconosciute in queste popolazioni e non c’è neppure traccia di acne e miopia.

I nostri progenitori avevano una struttura fisica possente, con forza e resistenza comparabile a quella degli atleti moderni. Questo perché lo stile di vita era quello dei predatori che richiedeva alti livelli di attività, ma permetteva anche lunghi periodi di riposo e di relax.

E tutte queste non sono solo supposizioni. Basta chiedere a un medico specialista in medicina legale o a un esperto di antropologia medica. Sarà capace di distinguere, quasi a colpo d’occhio, lo scheletro di un cacciatore-raccoglitore da quello di un appartenente a una comunità agricola. Questo, appunto, per via delle carie dentali, delle malformazioni ossee e, in genere da segni generali di condizioni di salute più precarie, più frequenti nell’uomo ormai ridotto a una condizione di vita stanziale rispetto ai suoi cugini cacciatori-raccoglitori. Questi dati sono confortati da molte ricerche: per esempio, nell’Ohio, Stati Uniti d’America, sono stati studiati abitanti della zona sia cacciatori-raccoglitori (Indian Knolls, dal nome della zona di ritrovamento, vissuti fra i 3000-5000 anni fa), che agricoltori (villaggio di Hardin circa 500 anni fa). In questi siti archeologici sono stati ritrovati un gran numero di resti che hanno consentito di ricostruire le abitudini alimentari: Gli abitanti di Hardin, agricoltori, vivevano prevalentemente di mais, legumi e zucche, come molte popolazioni native americane (per es. i Pima in Messico e Arizona che, fra l’altro, sono attualmente la popolazione al mondo con la massima incidenza di malattie cardiovascolari e di calcoli alla cistifellea). I cacciatori-raccoglitori di Indian Knolss vivevano invece di una dieta di tipo predatorio a base di carne, frutta selvatica, pesce e crostacei.

La differenza concernente lo stato di salute delle due popolazioni evidenziata in questi studi è notevole:

· I cacciatori-raccoglitori non mostrano alcun segno di carie, mentre negli agricoltori almeno sette carie per individuo

· I cacciatori-raccoglitori mostrano un tasso di malformazioni ossee tipiche della malnutrizione significativamente più basso (erano quindi meglio nutriti)

· I cacciatori-raccoglitori mostrano un tasso inferiore di mortalità infantile, con una differenza più rilevante nell’età compresa fra i 2 e i 4 anni, età cioè in cui la malnutrizione ha effetti particolarmente dannosi sui bambini.

· I cacciatori-raccoglitori erano più sani come dimostra il tasso di malformazioni dovute a malattie infettive più basso

· Vivevano anche più a lungo e mostrano pochissimi segni di carenza di ferro, calcio o proteine rispetto agli agricoltori.

Tutto questo pur essendo vissuti 3000-4000 anni prima.

Questi dati confermano studi più recenti, sempre di antropologia medica, dai quali, si evidenzia come, rispetto a una aspettativa di vita sempre in aumento, come riportato dal grafico qui sotto,

l’aspettativa di vita reale, cioè quella per cui viviamo contando solo sulle nostre forze, come il ricercatore-raccoglitore, senza l’ausilio di medici, farmaci e quant’altro, è in verità espressa dal grafico seguente:

Questo significa che, nel corso degli anni, è successo qualcosa che ha modificato le nostre capacità di difenderci dalle malattie, nonostante la scoperta dei microbi fatta da Pasteur e quella successiva degli antibiotici fatta da Fleming. La nostra vita si è modificata drammaticamente negli ultimi anni e questo non può che essere attribuito all’aumento del consumo di cereali, quantitativo da un lato e qualitativo (più glutine e più cereali raffinati e quindi assorbiti come zuccheri) dall’altro.

Ma non è solo questo, la vita si è modificata profondamente per quanto riguarda lo stress. Non è che l’uomo primitivo fosse esente da paure, certo la vita era molto più difficile. Ma tutto era dato come inevitabile e il tempo, invece, dedicato a sé o alla famiglia era molto molto di più rispetto a oggi.

Le stress non è una bella parola per giustificare quello che non sappiamo o che non vogliamo, è adrenalina (e quindi zuccheri), ma è anche, e questo ci importa assai di più, perdita di difese di barriera a livello delle mucose.

Quello che avviene è lo stesso fenomeno fisiopatologico provocato dall’alcol: si riducono le prostaglandine buone (PGE2), si riduce il flusso di sangue, si riduce la produzione di muco, si riduce la capacità riparativa cellulare.

Risultato? Quello che gli anglosassoni chiamano Leaky Gut Syndrome, cioè una perdita di permeabilità di membrana.

La perdita di permeabilità di membrana è cosa gravissima perché significa minori difese, trasmissione al sistema immunitario di messaggi impropri e possibilità che proteine estranee possano attraversare la barriera mucosale e provocare infiammazione.

Inoltre va considerata l’attività fisica. Eravamo sempre in movimento, da quando cacciatori-raccoglitori inseguivamo le nostre prede, a quando, per spostarci, usavamo la bicicletta. Ora solo automobili e noi seduti, televisione, computer: sempre immobili. Diventiamo deformi e flaccidi e non ce ne accorgiamo, bombardiamo il nostro cervello di chimica posturale e non capiamo quanto questo sia deleterio, e ci svegliamo acciaccati e stanchi (quando dormiamo) senza renderci conto che siamo solo noi i responsabili. L'immobilità si traduce in osteopenia e sarcopenia, come dire che l'impalcatura che sorregge il nostro organismo (scheletro) e i sistemi di sostegno (muscoli) si sgretolano progressivamente privandoci di energia, mobilità, autonomia: insomma, invecchiamo!

E, infine, c'è un ultimo aspetto da prendere in considerazione: la società in cui viviamo, oltre ad inculcarci la necessità di vivere sempre di corsa, quasi la vita fosse una gara, con poche ore di sonno perchè bisogna produrre, ci rende sempre più soli, al massimo chiusi nel nostro nucleo famigliare ma senza amici, vita o rapporti sociali. Società schizofrenica che, anche in questo caso, ha dimenticato la sua storia e le ragioni per cui è nata. Una sola parola, solidarietà!

Per farvi capire come e quanto questo sia importante vi racconterò ora di un'isola felice.

Ricordate la leggenda di Ikaro? Voleva volare verso il sole, ma le penne delle ali che lo sostenevano erano tenute assieme dalla cera e, salendo, si sciolse e Ikaro recipitò in mare. Un esempio di come l'orgoglio umano pssa essere punito.

Orbene, nel mare Egeo nord -orientale c'è un'isoletta che si chiama Ikaria (e la leggenda dice che qui Ikaro cercò di spiccare il suo volo presuntuoso verso il sole) bella, risente, collinosa, con circa 8.000 abitanti.

Ikaria è famosa per la bellezza del suo mare, per il clima sempre temperato, per essere un'isola incontaminata perchè lontana dalle rotte delle navi e dagli effetti del turismo.

Gli abitanti di Ikaria vivono di pesca e della coltivazione della vite, dei loro orti, degli animali da cortile, non hanno supermercati che offrono migliaia di prodotti alimentari industriali. Nuotano, camminano molto, ma, contemporaneamente sono anche pigri, sanno godere del sonno fino a tardi, la mattina, e amano pure fare un bel riposino dopo il pranzo. Infine, sono una bella comunità, si conoscono tutti fra loro e, se qualcuno si trova in difficoltà, sono tutti pronti ad aiutarlo, come pure, se qualcuno esce dalla retta via, sono tutti pronti a dare una mano per rimetterlo in carreggiata.

Conclusione di questa paradisiaca descrizione? Gli abitanti di Ikaria arrivano tranquillamente oltre i 90 anni senza sapere cosa sia la parola malattia, vitali e in perfetta efficienza. Poi, la natura segue i suoi cicli e anche loro invecchiano, ma, la gran parte, arriva tranquillamente ancora valida oltre i 100 anni.

Sono stati molto studiati, ma non è genetica: se un ikariota si trasferisce a vivere a Atene, si ammala di obesità, diabete, cancro, ipertensione, infarto e ictus come tutti noi comuni mortali.

A voi trarre le conclusioni, ma Medicina Funzionale è proprio questo: valutare l'individuo nella sua complessità e nella sua interezza, e aiutarlo a riprendersi quegli aspetti di vita, a partire dal macro, per arrivare all'intimo della cellula, che lo privano della possibilità di completo benessere.

Perché non cercare quindi di riprenderci l’equilibrio?

Buona salute!

Alfredo Saggioro, MD


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Prof. ALFREDO SAGGIORO

Gastroenterologia, Epatologia, Medicina Interna, Medicina Funzionale

 

Dr.ssa CHIARA SAGGIORO

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Biologa  D.Sci., Ph.D. 

Nutrizionista  Funzionale

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