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Farmaci anticolinergici e memoria: un rischio da conoscere, senza allarmismi Quando un farmaco utile per un sintomo può diventare un problema per il cervello

59 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Con l’avanzare dell’età capita frequentemente di assumere più farmaci contemporaneamente. Un farmaco per dormire, uno per la vescica, un antistaminico per l’allergia, magari un antidepressivo o un prodotto per i disturbi gastrointestinali.

Presi singolarmente possono sembrare farmaci molto diversi tra loro. Alcuni, tuttavia, condividono una caratteristica importante: possiedono un’attività anticolinergica, cioè interferiscono, in misura più o meno marcata, con l’azione dell’acetilcolina.

E questo, soprattutto nell’anziano, merita attenzione.

Perché l’acetilcolina è così importante?

L’acetilcolina è uno dei principali neurotrasmettitori del nostro organismo. Partecipa a numerose funzioni: attenzione, apprendimento, memoria, movimento, regolazione del sistema nervoso autonomo e attività dell’apparato gastrointestinale e urinario.

Nel cervello, in particolare, una normale trasmissione colinergica è essenziale per i processi cognitivi.

Non sorprende quindi che farmaci capaci di ridurre l’attività dell’acetilcolina possano provocare, soprattutto nelle persone anziane più vulnerabili, effetti quali confusione, difficoltà di concentrazione, alterazioni della memoria e, nei casi più importanti, delirium.

Ma gli effetti non riguardano soltanto il cervello. Possono comparire anche secchezza delle fauci, stipsi, difficoltà a urinare, alterazioni della vista e aumento del rischio di cadute.

Quali farmaci?

Il problema è meno evidente di quanto potrebbe sembrare perché non esiste semplicemente una categoria di medicinali chiamata “farmaci pericolosi per la memoria”.

Un’attività anticolinergica può essere presente in medicinali utilizzati per condizioni molto differenti.

Tra quelli che meritano particolare attenzione troviamo alcuni antistaminici di prima generazione, alcuni antidepressivi triciclici, farmaci utilizzati per la vescica iperattiva, alcuni medicinali per il Parkinson e altri impiegati per insonnia, nausea, vertigini o disturbi gastrointestinali.

Esempi classici sono difenidramina, idrossizina, amitriptilina e ossibutinina.

Questo non significa che questi farmaci siano “cattivi” o che debbano essere automaticamente sospesi. Significa piuttosto che indicazione, dose, durata del trattamento ed eventuali alternative dovrebbero essere periodicamente rivalutate, soprattutto dopo i 65-70 anni.

Il problema del “carico anticolinergico”

Il concetto probabilmente più importante è quello di carico anticolinergico.

Una persona può assumere diversi medicinali, ciascuno dotato di un'attività anticolinergica relativamente modesta. Quando però questi effetti si sommano, il risultato può diventare clinicamente significativo.

È un problema tipico della politerapia dell’anziano.

Da qui nasce una domanda che dovrebbe essere posta periodicamente davanti alla lista dei farmaci di una persona anziana:

sono ancora tutti necessari?

E, subito dopo:

esistono alternative con un minore effetto anticolinergico?

È questa revisione complessiva della terapia, più che la demonizzazione del singolo farmaco, che può avere un valore preventivo.

Anticolinergici e demenza: cosa sappiamo davvero?

Da anni diversi grandi studi osservazionali hanno evidenziato un’associazione tra esposizione prolungata a farmaci con forte attività anticolinergica e aumento del rischio di demenza.

Uno dei lavori più conosciuti è stato pubblicato nel 2015 su JAMA Internal Medicine. In oltre 3.400 persone di età superiore ai 65 anni, l’esposizione cumulativa ai farmaci con maggiore attività anticolinergica risultava associata a un progressivo aumento del rischio di sviluppare demenza.

Particolarmente interessante era la presenza di una relazione dose-risposta: maggiore era stata l’esposizione cumulativa, maggiore risultava l’associazione con il rischio.

È però importante non trasformare un’associazione epidemiologica in una certezza causale.

Questi studi non dimostrano che assumere un anticolinergico provochi inevitabilmente demenza. Esistono possibili fattori confondenti e, in alcuni casi, il farmaco potrebbe essere stato prescritto proprio per disturbi che precedono di anni la diagnosi di una malattia neurodegenerativa.

Il messaggio corretto è quindi più prudente, ma non per questo meno importante: nell’anziano l’esposizione anticolinergica cronica dovrebbe essere mantenuta al livello più basso ragionevolmente possibile.

Basta allora aumentare l’acetilcolina?

Qui nasce un equivoco interessante.

Se alcuni farmaci riducono la trasmissione colinergica e questo può danneggiare le funzioni cognitive, sembrerebbe logico fornire all’organismo sostanze capaci di aumentare la disponibilità di acetilcolina.

Da qui nasce l’interesse per colina, citicolina (CDP-colina), acetil-L-carnitina e DMAE.

Il ragionamento biochimico è affascinante.

Ma la biologia umana è raramente così lineare.

Un farmaco anticolinergico, infatti, agisce prevalentemente bloccando determinati recettori dell’acetilcolina. Fornire più precursori non significa necessariamente riuscire a superare quel blocco.

Soprattutto, oggi non disponiamo di prove convincenti che assumere questi integratori possa annullare il rischio cognitivo derivante da un elevato carico anticolinergico.

Colina e citicolina

La colina è un nutriente essenziale ed è, tra le altre cose, un precursore dell’acetilcolina.

Un apporto nutrizionale adeguato è certamente importante. I valori di riferimento comunemente utilizzati sono circa 425 mg al giorno nella donna e 550 mg nell’uomo.

Anche la citicolina è una sostanza interessante. Alcuni piccoli studi nell’anziano hanno mostrato possibili miglioramenti di determinate funzioni mnemoniche, soprattutto nei soggetti che presentavano già una memoria meno efficiente.

Sono risultati che meritano interesse, ma non consentono di concludere che tutti gli anziani debbano assumere 1.000 o 2.000 mg di citicolina al giorno né, tantomeno, che la citicolina possa funzionare come “antidoto” agli anticolinergici.

Acetil-L-carnitina

Anche l’acetil-L-carnitina (ALCAR) possiede caratteristiche biologiche interessanti.

Sono stati studiati i suoi rapporti con il metabolismo neuronale e con il nerve growth factor (NGF), importante per il mantenimento e la plasticità dei neuroni.

Una parte significativa delle evidenze citate a questo proposito deriva però da modelli cellulari o sperimentali. Trasformarle automaticamente nella conclusione che l’ALCAR prevenga il declino cognitivo nell’uomo sarebbe prematuro.

Può essere un integratore interessante in contesti selezionati, ma non rappresenta una terapia dimostrata del “danno anticolinergico”.

E il DMAE?

Per il dimetilaminoetanolo, o DMAE, le evidenze sono ancora più limitate.

Esistono studi sperimentali interessanti, compresi lavori nei quali è stato valutato contro alterazioni cognitive provocate artificialmente mediante scopolamina.

È però molto diverso dimostrare un effetto in questo modello sperimentale e dimostrare che l’assunzione quotidiana di DMAE prevenga il deterioramento cognitivo dell’anziano.

Al momento questa seconda affermazione non è adeguatamente sostenuta dalle evidenze.

La vera prevenzione comincia dalla lista dei farmaci

Ed è forse questa la conclusione più interessante dal punto di vista della Medicina Funzionale.

Siamo spesso attratti dalla possibilità di aggiungere qualcosa: una vitamina, un nutriente, un integratore, una sostanza neuroprotettiva.

Ma qualche volta l’intervento più intelligente consiste nel togliere ciò che non serve più.

Davanti a una persona anziana che lamenta difficoltà di memoria, sonnolenza, confusione, stipsi, vertigini o instabilità, prima di prescrivere l’ennesimo integratore sarebbe opportuno mettere sul tavolo tutti i farmaci che assume.

Compresi quelli acquistati senza ricetta.

E domandarsi:

Qual è il suo carico anticolinergico complessivo?

È possibile ridurlo?

Qualche farmaco può essere sospeso?

Qualcuno può essere sostituito con un’alternativa meno anticolinergica?

Naturalmente qualsiasi modifica di una terapia prescritta deve essere concordata con il medico e alcuni farmaci non devono essere sospesi bruscamente.

Non “farmaco contro integratore”, ma ricerca dell’equilibrio

Questo esempio insegna anche qualcosa di più generale.

La Medicina Funzionale perde buona parte del suo significato quando sostituisce semplicemente una logica prescrittiva con un’altra:

“il farmaco abbassa X, quindi assumiamo un integratore che aumenta X”.

L’organismo non funziona così.

L’approccio più interessante è invece quello di osservare la persona nel suo complesso: farmaci, alimentazione, attività fisica, sonno, metabolismo, stress, microbiota, relazioni sociali e fattori di rischio cardiovascolare.

Perché proteggere il cervello significa certamente mantenere un’adeguata disponibilità di nutrienti, ma significa anche evitare esposizioni farmacologiche non necessarie.

E qualche volta, prima di chiedersi quale nuovo integratore assumere per la memoria, la domanda migliore potrebbe essere molto più semplice:

quali farmaci sto già assumendo che potrebbero interferire con essa?

Buona salute!

Alfredo SAGGIORO, MD

Chiara SAGGIORO DrSci, PhD


Per saperne di più

Quek HW et al. Deprescribing in older people: a clinical practice guideline summary. Medical Journal of Australia, 2026.

Gray SL et al. Cumulative Use of Strong Anticholinergics and Incident Dementia: A Prospective Cohort Study. JAMA Internal Medicine. 2015;175(3):401-407.

Spirova EN et al. Letteratura sperimentale sulla trasmissione colinergica e sui composti ad attività colinergica.

Alvarez XA et al. Studi clinici sulla citicolina e sulle prestazioni della memoria nell’anziano.

Aloe L et al. Nerve Growth Factor: A Focus on Neuroscience and Therapy. Current Neuropharmacology. 2015;13(3):294-303.

Blin O et al. Effects of dimethylaminoethanol pyroglutamate against scopolamine-induced memory deficits. Psychopharmacology. 2009;207:201-212.

Nota: questo articolo ha finalità divulgative e non costituisce indicazione a sospendere autonomamente farmaci prescritti. La revisione della terapia e l’eventuale deprescrizione devono essere effettuate con il medico.

 
 
 

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